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domenica 31 marzo 2013

Buona Pasqua

All’Is Arenas la Fiorentina scende in campo con lo stesso ventre molle del flaccido Lello Arenas, con battute di gioco però che non fanno ridere nessuno, o almeno non i tifosi viola, ma è forse vero che il programma del fair play prevedeva il rispetto per la scomparsa di Jannacci e di Califano, e così per onorare soprattutto gli eccessi del poeta di Roma, per ricordare il Re della notte, la Fiorentina sceglie la notte fonda di una partita senza gioco. Una partita sulla quale, a differenza della lapide del Califfo, ci auguriamo vivamente non ci sia scritto “non escludo il ritorno”. Mentre Napoli e Milan scelgono di onorare Jannacci, e visti gli studi del cantautore milanese, si candidano a tutti gli effetti per il dottorato Champion. La Fiorentina non fa il salto di qualità, ma fa invece quello della quaglia, una sorta di coito interrotto per ritirarsi un attimo prima di mettere incinta un sogno senza avere la maturità giusta per portarne avanti la gravidanza. La partita è stata troppo deludente, non è valsa neanche l’amido del mio spaghetto con la bottarga, perfettamente al dente, partita che invece ci ha lasciato addosso il fastidio dell’umido, quello che ti si appiccica come un lavavetri. E allora pensiamo alla salute, alla Pasqua che fortunatamente non ha niente a che fare con i cross sbagliati di un esterno sinistro, ma penso invece allo scoppio del carro, che per noi oggi non sarà quello dei vincitori su cui salire felici, ma se quel brindellone di Toni non ci ha salvato dal naufragio della spiaggia del Poetto, ci rifaremo con quello più familiare la cui sagoma scomparirà tra i fumi e gli scoppi, forse come le speranze di riagguantare le due che hanno scelto di onorare la memoria di Jannacci, mentre noi gli eccessi di Califano eccedendo però solo nello squallore della prestazione, senza la poesia non dico di un duetto tra Jovetic e Ljajic ma almeno di un ”minuetto” come quello scritto per Mia Martini. Usciamo dai fumi di questa sconfitta che per qualche attimo ci nasconderà i marmi del Battistero e del Campanile di Giotto, e dopo che dal volo della colombina avremo tratto gli auspici sull’andamento della partita con il Milan, ci sarà una grande esplosione di gioia che conclude le privazioni quaresimali e cagliaritane. E per un periodo tradizionalmente magro come la Quaresima, sarebbe cosa buona e giusta consumare la tipica ribollita, una zuppa a base di fagioli, cavolo nero, cipolla, pane raffermo e dopo una prima cottura, ribollita. Si, insomma, s’arriva lì e poi ci si caca addosso. Sempre la solita zuppa. E allora un filo di olio a crudo e pepe. Mi raccomando. Buona Pasqua.

sabato 30 marzo 2013

La giurisprudenza dell'ora

Era ora!! E non solo di quella legale che ci regala giornate più lunghe e un jat lag pari a quello di un viaggio sulla FI PI LI Navacchio-Scandicci, ma del campionato, e di usare quindi la convenzione di avanzare tre punti in classifica prima ancora delle lancette dell’orologio. L’introduzione dell’ora legale, come del resto anche l’invenzione della vittoria in trasferta e ultimamente anche l’esplosione di Cerci si devono all’acume di Prandelli, lui moralmente ligio, tenero come Topo Gigio, e che è sempre stato sensibile al risparmio energetico, ai tre punti, all’ala destra che fa il terzino e soprattutto all’adozione di un solo capo di abbigliamento nel proprio guardaroba che abbia la stessa filosofia di un vino a tutto pasto. La sua muta da sub è infatti reinterpretata durante la giornata, che riadatta come già sappiamo esaltandosi nel suo ormai famosissimo capospalla preferito, quel cappottino strinto che tutti i diving del mondo gli invidiano più ancora dell’ordine in campo delle sue squadre. All’Is Arenas sarà anche l’ora del silenzio, probabilmente anche quella di un giudizio più preciso sulle possibilità della Fiorentina di aspirare all’Europa che conta, e voglio sperare anche quella di Mati Fernandez. prima che la sua esperienza Viola tramonti e che Montella, a proposito dell’ora non scelga il Purgatorio per il cileno e invece di inserirlo in formazione gli faccia sapere appunto “Era già l’ora che volge il desio”. E a noi “navicanti” dentro la passione Viola, oggi l’unica cosa che “’nteneriscre il core” sono i tre punti a Cagliari, la bottarga a pranzo, e poi che l’ora legale faccia pure il suo corso, il Milan il ricorso e Galliani il concorso per la faccia di merda dell’anno. Perché la tempistica dell’AD rossonero sull’argomento Is Arenas è ributtante come una pianta dopo la potatura del senso del ridicolo, ma evidentemente per Galliani non c’è ora legale che tenga perché per lui è sempre l’ora della vergogna. Ma per noi oggi è anche quella di stare molto attenti alla squadra sarda, basta guardare i suoi numeri del 2013, le vittorie in assenza di pubblico, per tenere alta la concentrazione e non pensare che uno stadio a porte chiuse sia il lasciapassare per una facile vittoria, quindi concentrazione alta e atteggiamento giusto, una preghierina a Prandelli prima di scendere in campo e poi il salto triplo che alimenti tutte le paure di quel Galliani che domenica prossima dovrà venire a Firenze a constatare quanto la sua corsa Champion sia stata falsata da una sconfitta che farebbe il paio con quella dell’andata. Del resto per noi tifosi, e la seconda foto esprime proprio questo concetto, è sempre l’ora della vittoria.

venerdì 29 marzo 2013

A porte chiuse

All’Is Arenas i panni sporchi di Cellino si laveranno in famiglia, rigorosamente a porte chiuse, e chi meglio di noi esperti del ramo poteva presenziare all’evento, noi, che lo stesso Manzoni, anche lui grande esperto in rami, ci aveva indicato come coloro che avevano lavato la lingua italiana in Arno. Ci sarà solo la signorina della Tide ad accoglierci, lei a rappresentare lo sponsor della manifestazione “il calcio a porte chiuse”, la vera risposta piccata del mondo del calcio a quello della grande distribuzione che invece adotta una strategia commerciale spericolata, aggressiva, fondata sull’apertura indiscriminata dei centri commerciali che vedrà la Conad addirittura aprire per Pasqua e per il Lunedì Dell’Angelo. Alla manifestazione “il calcio a porte chiuse” aderirà inviando una sua delegazione di ex con a capo Garella, scelto perché se anagrammato fa quasi galera in onore di Cellino, anche l’associazione dei portieri, visto che per loro diventa un obbligo professionale quello di cercare di chiudere il più possibile le porte a prescindere dall’inagibilità degli stadi. Parteciperà come amico di famiglia il secondino di Cellino, il cappellano del carcere, e prima della partita sarà liberata a centrocampo un po’ d’ora d’aria da una bottiglia nella quale il Presidente del Cagliari ha voluto chiudere anche l’aria per non essere da meno dello stadio, un gesto che è soprattutto un messaggio polemico alla Federazione, non tanto per dimostrare che dentro a uno stadio chiuso siamo comunque all’aperto e che quindi non ci può essere un’aria viziata, ma che invece, al chiuso di uno stadio c’è sicuramente un campionato falsato. Attenzione alle ammonizioni, i diffidati dovranno gestire bene la partita per non saltare quella successiva, vista la difficoltà aggiuntiva introdotta per l’occasione a Cagliari, il divieto cioè di effettuare tunnel per il rispetto di tutto ciò che dovrà essere necessariamente chiuso, quindi anche le gambe pena l’ammonizione. Tutti i sardi della zona hanno voluto precisare che le gambe delle loro signore non saranno coinvolte nella serrata generale, e anche se abituati ormai alla solita musica dello stadio chiuso reagiranno trombando liberamente e mangiando la carta musica. Firenze risponderà con la chiusura della Porta San Frediano durante lo svolgimento della partita, lasciando così la fiorentinità fuori dalla sua parte più popolare, e anche gli abbonati che vanno fissi a mangiare il lampredotto in Piazza de’ Nerli saranno dirottati a Porta Romana da Marione, passando dal Viale Petrarca. A Cagliari, in deroga speciale all’evento dovrebbe invece avere via libera Mati Fernandez, che secondo le previsioni del ”CCISS viaggiare informati” dovrebbe aprirci le porte in direzione Champion League.

giovedì 28 marzo 2013

La fattoria del campionato

Rituffiamoci nella fattoria del campionato e nella tradizione che vedrà la costoletta d’agnello probabilmente farla da padrone, come del resto speriamo lo possa fare anche la Fiorentina in Sardegna magari proprio con Pasqual, anche se la sua tradizione racconta una fase difensiva che è più roba da maiali, e che per questo trova terreno fertile in una terra dove il porceddu fa spesso rima con Pusceddu o Cuccureddu.  In Sardegna per farla da padrone quindi, perché si sa che l’occhio del padrone ingrassa il cavallo, che spesso scalpita in mezzo a due avvenimenti. Per esempio una sostituzione può essere effettuata a cavallo tra il primo e il secondo tempo, e poi c’è il pony che nel calcio è invece il cavallo piccolino dei pantaloncini che molti portano addirittura calati per abbassare ulteriormente il livello del buongusto. Intanto il volo dell’aquila laziale sembra pericolante come molto lo è ancora in quella più martoriata d’Abruzzo, il biscione nerazzurro striscia sul fondo del fair play finanziario e se la dovrà vedere con la zebra che al contrario sembra essere l’animale più in salute, o comunque in grado di volare al posto di chi lo dovrebbe fare per costituzione alare. Poi c’è il Milan che ci aspettiamo possa frenare da un momento all’altro sui tornanti della partita di ritorno col Barcellona che dovrebbe aver lasciato nausee e che comunque dovremo buttare giù noi nella curva a gomito successiva. Il Napoli incarna perfettamente la figura del somaro con Mazzarri e De Laurentis, potrebbe riportare debito formativo all’esame finale della classifica , tutto a nostro vantaggio. Il toro sta esaltando il nostro Dominguin di Valmontone mentre il grifone soffre l’alito pesante del suo presidente, e tra tutti gli animali che abitano la fattoria del calcio, vorrei non dimenticare l’avvoltoio Marotta, e quel cane arrabbiato di Conte, il tutto contornato da un randagismo comunque accentuato presente in Lega. Sono in ritardo, vengo da una giornata interminabile dove il fango l’ha fatta da padrone, della stessa consistenza del Das e del Pongo che usavamo da bambini per modellare i sogni di scudetto. E con il fango di un cantiere sulla A14 ci ho fatto un uovo di Pasqua dove ho inserito la bella sorpresa di una vittoria in terra di Sardegna che è meglio del fango, mentre per rimanere in tema, nella fattoria del calcio oggi mi colloco come da foto. E allora vi presento il mio lento risveglio.

mercoledì 27 marzo 2013

Al culo ci tengo

Una rondine non fa primavera, come una targa affissa accanto a un nick strampalato non può fare certo un moderatore serio, e infatti piove e fa freddo. E a voi ci vorrebbe più un Guetta o al limite un Tenerani, anche se non proprio inappuntabile come sempre, ma anche solo con la tuta da ginnastica, professionisti che di voi comunque non si laverebbero mai le mani ammantando scuse. Perchè la primavera è lontana e io non ho visto una sola partita, non ho potuto seguire la discussione di ieri, e sto partendo per Ancona, insomma, uno che alle cinque di mattina invece di darvi conto sulle nazionali e sugli uomini della Fiorentina sparsi in mezzo mondo pensa solo a quello che sarà un buon brodetto, dopo che ieri si è distratto su una bistecca in San Frediano, e dopo aver sbirciato con supponenza che Balotelli ha messo a segno una doppietta, e soprattutto dopo essersi perso la mis di Prandelli, una cosa che i devoti del calcio non dovrebbero permettersi. Mai. Sul blog di Davide, immagino, che un giubbottino di Prandelli possa accendere approfondite discussioni, ed ora che Toni è stato messo a sedere e la scommessa degli otto gol langue, Davide che è sempre sul pezzo come il Dorfino ne lancerà subito un’altra, forse su quale sarà la collezione primavera-estate di Cesare e su questa scommettere un panino col lampredotto da Marione a Porta Romana. Un disinteresse il mio verso l’attillato mondo del CT che non fa onore a un moderatore che si rispetti, targa o non targa, iPad fottuto o meno di un Sopravvissuto inculato nelle pastoie di un aggiornamento selvaggio, e che dovrebbe almeno saper rispondere se quei vestiti si appiccicano addosso solo perché pregni di umidità o perché è un disegno malvagio di un taglio sartoriale scaturito dalla rabbia di un esodato dalla Cressi Sub. So per sbaglio che Mati dovrebbe aver giocato da titolare col suo Cile, e allora spero di poterlo riproporre a Cagliari in un centrocampo che non perda le sue caratteristiche, che la Fiorentina possa vincere proprio grazie a un gol del cileno e che ci si possa presentare col Milan in piena corsa Champion tanto per regalare la giusta accoglienza a Montolivo. Sto lottando con l’orologio a muro che mi guarda senza un attimo di pace, e allora devo confessare di essere un conduttore troppo distratto dalle cose della vita, che spesso sono pure femmine, anche se oggi sono travestite da appuntamento alle sei e mezzo a Firenze Impruneta, una volta Certosa senza aver capito ancora il perché di questo cambio, e neanche con una bella fica, Ancona, si va bene, A, che potrebbe sembrare più donna di Como, O, ma vi assicuro che non è così, perché dietro ad un’apparente città a cosce larghe c’è sempre lo sguardo severo del monte Conero,O, che te lo mette in culo se invece di pensare a quello che devi fare, stai lì a pensare alle discussioni su un blog che tanto non moderi mai nemmeno quando sei attento. No, non è la solita scusa per non prendermi le mie responsabilità, ve lo assicuro, vorrei seguirvi ma al mio culo ci tengo troppo. E il Conero non scherza.

martedì 26 marzo 2013

L'età dell'oro Saiwa

Essere o non essere, dipendenti da Pizarro nel nostro caso, that is the question, che a Firenze è un fare questione di burbera quotidianità. Sembra proprio questa la domanda amletica di mercato e di futuro, se ci sarà sempre lui o chi comunque sarà il suo vice. Piccoli Pizarri crescono, sembra questo l’obiettivo, rincorrerli in giro per l’Europa, “to be, or not to be”, ma senza che siano inafferabili come lo struzzo to Beep Beep or not to Beep Beep. E senza mettere la testa sotto la sabbia come lo struzzo se mezza Europa corteggia Jovetic, perché sarà lui o non sarà lui a fare coppia con Pepito, oppure l’italo americano sarà solo il suo sostituto, che alla fine potrebbe essere anche Ljajic, che intanto, in mancanza di Rossi è proprio lui a fare quella strana coppia che ha rottamato Toni, Larrondo e Mounir. Insomma la solfa è sempre la stessa, ci vogliono undici titolari e altrettanti giocatori che per ruolo non facciano rimpiangere i primi quando chiamati in causa, che costino il giusto e che accettino il ruolo di comprimari. E intanto le rose crescono e il monte ingaggi lievita come il debito pubblico, la gestione del gruppo diventa complessa, e insieme al patentino oggi a un allenatore viene richiesta anche la laurea in psicologia, per capire, per motivare, visto anche anche il numero delle partite cresce, e lo fa allo stesso ritmo dei trombati della vecchia politica, per capire se fare turn over, oppure game over come le nostre squadre nel ranking europeo. Intanto le televisioni dettano il calendario e i direttori sportivi sono costretti all’Erasmus in giro per il mondo per trovare sostituti dei sostituti che intanto, diventati titolari, vengono fagocitati dalle solite quattro che offrono milioni di milioni come le stelle di Negroni, stelle costrette ad affrontare il problema razzismo con gli ululati, con Boateng scelto tra i Negroni per andare a fare un discorso alle Nazioni Unite, mentre certi tifosi preferiscono andare alle Cantine Riunite dentro alle quali sognano Zamparini che ha preso il taxi per andare in via Condotta e da lì, la seconda a destra verso la via cadetta, mentre Preziosi ha ottanta giocatori a libro paga e Cellino sconta il destino di un cognome che lo ha portato inevitabilmente in cella. E nel marasma di una crisi che ci soffoca come l’asma, Firenze sembra essere un isola felice in mezzo alle pontellizzazioni di Milan e Inter, dove potrebbe  addirittura trovare lo spazio per pensare in grande, cantando “cittadella di luna, cittadella color latte”, tanto per dare una mano anche alla Mukki che è da sempre il rifugio peccatorum dei nostri Oro Saiwa. Solo una nota triste, e non la suono per ricordare che la Samp ha deciso di richiamare Delio Rossi, il peggior esempio di calcio malato degli ultimi vent’anni, ma la voglio suonare per un sex symbol sulla via del tramonto, che mi ricorda un po’ la nostra situazione di tifosi sospesi mentre Pizarro decide in fondo al corridoio della propria carriera se mettersi le pantofole, e allora penso a tutte quelle donne che hanno fantasticato notti magiche con Banderas, notti di Champion di quelle con qualcosa di diverso dalle grandi orecchie, comunque con con qualcosa di altrettanto grande, oggi impegnato ad accarezzare la pietra dove si macina la farina per fare le Macine, oppure novello San Francesco parlare con le galline. Un “sonato” ormai più di Cassano, più di un pugile “sonato”, e allora mi prende un groppo in gola pensando che almeno Banderas ha messo la carriera sullo sfondo della ruota del Mulino Bianco, mentre Montolivo anche lui alle prese con la farina e non solo quella del suo sacco, è costretto ad usare la farina del diavolo, che come si sa  finisce in crusca. La crusca del Berlusca.

lunedì 25 marzo 2013

Mitili a centrocampo

In una stagione palpabile come Scarlett Johansson rimane sospesa una sola domanda, che però ogni tanto ribolle, sospesa e leggera come la danza di Bolle, una di quella che nasconde mille sfaccettature, alla quale ognuno cerca di dare una risposta, e chi proprio non ce la fa a darsela per troppa timidezza si aiuta con il Ribolla gialla per essere un po’ più disinibito. E Ognuno fino a un massimo di mille naturalmente, perché se invece del numero delle sfaccettature avessi cavalcato la metafora di una domanda che rimbalza non solo nella Lega Calcio ma in diecimila leghe sotto i mari, sarebbero stati molti di più a porsi quella stessa domanda. E tutti subacquei. Oppure in tutti i luoghi in tutti i laghi sarebbe stata soprattuto una domanda d’acqua dolce. Perché la novità del calcio di Montella ha portato concetti che spiazzano come un rigore di Casarsa, possesso palla e mentalità propositiva sono i cardini dove ruota, oliata, l’idea tattica di un napoletano atipico come una bruschetta ben oliata ma con i cardini strusciati sul pane al posto dell’aglio. Oppure il possesso palla e la mentalità propositiva saranno solo cardi di un’idea tattica che verrà gratinata nel forno delle polemiche di una piazza che vuole a tutti i costi Icardi come centravanti.  E’ comunque sugli interpreti di quella idea di gioco che nascono i diversi partiti, mentre altri sono morti dentro al barattolino Sammontana Cinque Stelle confezionato direttamente nel barattolino delle urne, partiti che si dividono tra chi preferisce l’aggiunta di qualche muscolo alla sola tecnica pura, due scuole di pensiero che non scenderanno mai a mitili consigli, come da sempre a Firenze. Quindi la domanda che esce fuori da una stagione in HD è chiara, diciamo pure molto definita proprio perché in HD, anche se la seconda foto ne solleva subito un’altra e sempre di strettissima attualità su chi sia oggi veramente il sesso forte. Ma la domanda che più ci sta a cuore per il futuro centrocampo Viola, e che la foto esprime in maniera nuda e cruda, ma soprattutto nuda, è se i tre tenori reggeranno bene il palcoscenico anche di teatri con un calendario più ambizioso oppure se ci sarà bisogno di un’iniezione di muscolatura, se continuerà a giocare Pizarro e quali caratteristiche avrà invece Vecino, se quelle liriche o se il suo sarà un calcio più robusto. Anche se Montella sembra aver già risposto preferendo comunque i rischi calcolati di un gioco sempre propositivo che ha bisogno di giocatori meno ruvidi e dalla tecnica sopraffina, poi magari il duo italo spagnolo riuscirà a pescare chi ha entrambe le qualità e allora il terzo scudetto imboccherà deciso il viale dei Mille, che non sarà più lo stesso viale dove  un tempo si rincorreva Desolati o quello appunto delle mille sfaccettature dove si nascondevano quelle famose risposte, ma quello dai mille riflessi abbaglianti dove si riflette la luce di una realtà preziosa, proprio come dopo il taglio di una pietra preziosa. E così su tutti quei dubbi metteremo una bella pietra sopra. Preziosa naturalmente e non Preziosi.

domenica 24 marzo 2013

L'immancabile carezza

La sosta di campionato è un’eccezione che conferma la regola, una regola del cazzo che non regola il traffico di una giornata senza precedenze alla Fiorentina, l’unica poi che non fa riposare, non è una pausa caffè e non serve neppure per andare a pisciare o fare benzina. Fastidiosa come una foratura. O come la forfora su una giacca di velluto blu. E scrivere con il ruotino di scorta non è facile, come del resto scrivere pensando a uno che vuole sciare su una giacca di velluto blu. Per fortuna abbiamo trovato il rinoceronte di Pizarro, un animale già opportunamente ammonito, perché il rinoceronte giallo di Pizarro, giallo come un cartellino è già stato diffidato dal condominio. E così non può prendere l’ascensore sennò rischia la squalifica. Ma anche di un animale ammonito dall’amministratore non è che si possa parlare più di tanto, se non che è stato chiamato Rino da Pizarro, in onore di Tommasi e non in quanto ex compagno della Roma ma in quanto appunto Rino. E allora, in mancanza di argomenti mi è venuta in soccorso la Bice che ha raccontato la storia triste di Montolivo che non riesce a trovarsi una vera ragazza di Milano per scaricare la popolana Cristina, solo perché lui non è nato nel capoluogo lombardo e per questo motivo viene pesantemente discriminato ancora più di Balotelli o Boateng, perché la ragazza di Milano pretende e non si accontenta certo come la fiorentina di un mezzettone della provincia di Bergamo. E poi si chiama semplicemente Riccardo e non almeno Manfredi, e non solo ha preso una volta la metro per sbaglio e adesso è marchiato come una vacca, ma ha preso addirittura un paio di volte la tramvia, che per una milanese è un marchio d’infamia più che per un fiorentino quello di aver lasciato scadere il contratto per regalare il cartellino a Galliani. Lui che vive in via Washington, troppo zona Magenta, lui che non chiama per nome il barman che fa i miglirori aperitivi della città e non va a mangiare giapponese  da Nobu. Lui che ha la fama del  doppiogiochista invece dell’indispensabile doppio cognome per aspirare davvero a una milanese doc della quale poi dovrebbe essere almeno cugino di secondo grado per non disperdere il meglio del DNA meneghino tra la marmaglia che di solito puzza anche di paglia. La Cristina intanto, con quella C aspirata che fa tanto boccalona e bocchetta aspiratrice, cura gli interni di un’azienda che si occupa del lavaggio delle auto. E allora non ci resta che un maritozzo con la panna in una domenica mattina priva della giusta attesa, non c’è da dare neanche l’acqua alle piante. Piove. Un po’ di musica mentre spillo la barba come un punto a poker in modo da portarla almeno fino a metà mattinata, e poi radermi per spezzare l’apatia dell’astinenza, cucinare, la replica di “Moda” , un paio di caffè, il blog e poi l’immancabile carezza a una bella foca.

sabato 23 marzo 2013

Pietro Gambadilegno

Solo Pietro Gambadilegno, annoverato tra i peggiori tifosi Viola di sempre poteva servirsi di una banda di brutti ceffi mascherati con parrucche e nasi da pagliaccio per cercare di tirare la volata a Tutunci. Accecato dalla pontellizzazione non si era accorto che Il futuro poteva essere solo nostro viste le persone in gamba di cui si avvale la Fiorentina, forse perché a lui oltre che a un po’ di cervello manca proprio una gamba. Aldo, Giovanni e Giacomo grazie al suo proverbiale cervello di acero ci hanno girato addirittura un film. Non si era accorto, impegnato com’era a sentirsi perseguitato, calpestato nell’orgoglio fiorentino alla lontana da suole a pallini di un ceto medio alto, così alto che non gli ha permesso di arrivare a capire la serietà e la solidità della proprietà, non si era accorto che grazie alla liposuzione programmata avrebbero tolto il grasso in eccedenza dalle cosce flaccide di un ciclo che fu. Un ciclo ormai a prandelli, ma con la liposuzione scambiata dalla curva per il ridimensionamento della circonferenza cosce. Grasso che invece cola dalla programmazione mirata di una società cecchino che si muove con anticipo e competenza centrando obiettivi e giocatori funzionali a raggiungerli. Ruolo per ruolo. Forse per arrivare a Ruotolo. E anche la scaramanzia oggi gioca un ruotolo finalmente marginale, perché la strada è stata tracciata e siamo quindi meno soggetti alle incognite presenti nel vivere alla giornata, fanno un po’ sorridere, sono datati anche certi modi di dire tipo “incrociamo le dita”, perché davanti a noi il futuro ci mostra invece delle bellissime gambe incrociate. Mentre il tanto agognato Zamparini si affida sempre al solito rito del tassista che lo porta a giro durante la partita, e che a forza di girare lo sta portando diritto in serie B. Il modello di squadra che sta nascendo, e i rumors sono chiari, le scelte precise e mirate, è un modello nuovo per Italia e forse invidiabile anche in Europa escluse le solite note. Probabilmente la Fiorentina è oggi la squadra potenzialmente con i margini di crescita più elevati, quella più avanti nella programmazione di una nuova idea di calcio che comincia ad essere apprezzata anche fuori dai confini italiani. Oltre ai Vargas e ai sobillatori da spogliatoio andrebbero rottamati anche i Bersani di curva prima che si faccia un governo tecnico magari affidato al sogno di Preziosi nuovo presidente della Fiorentina. A noi è piaciuto molto il modo con cui è stato chiuso un ciclo e riaperto un altro accavallando le gambe in maniera così sensuale che personalmente durante la stagione mi era sembrato di intravedere persino le mutandine tricolori. E’ stata messa finalmente una pietra sul passato anche se Pietro ha comunque la testa dura come una pietra, che per noi però è stone come la Sharon che ci ha fatto intravedere la strada giusta. Capiamo comunque anche Gambadilegno confuso dalla paura del ridimensionamento che non ha certo le gambe accavallate di Marylin ma quelle tutt’altro che rasserenanti fotografate dalla Bice, e che mostrano in certa tifoseria una forte confusione mentale.

venerdì 22 marzo 2013

Nasce tutto da lì


Mentre gli Scolari sembrano più essere quelli vestiti di giallo, una volta maestri, Prandelli scolaro stilista ad honorem tenta di distruggere il made in Italy lanciando il primo maglione a collo alto che supera abbondantemente il mento e persino il rendimento di Cerci anche lui lanciato nella mischia di quello che è un concetto di moda offuscato dall’influenza questa volta molto basso bresciana. Il cappottino poi è un inno al quattro a zero contro la Spagna, che gli sta perfettamente attillato come una muta da sub o come la scena muta di fronte alla finale europea. A me è piaciuta molto l’Italia, a parte qualche orrore difensivo che risente probabilmente del look orrendo del suo Mister che anche se non si trova bene a Firenze come negozi, potrebbe abbandonare il suo proverbiale gusto di campagna e andare almeno da un Gianni Campagna a farsi rimettere al mondo, perché l’Italia meritava ampiamente di vincere, ma non di mettere in vetrina lo stile da preservativo del suo allenatore,  da preservativo comunque con serbatoio per le idee tattiche di una bella Nazionale, mentre il Brasile è stata una gran bella delusione considerato che siamo a solo un anno dal mondiale. Balotelli di un’altra categoria, Cerci in rialzo proporzionalmente al ribasso di certe teorie che lo descrivevano come un giocatore da squadra minore, al ribasso come gli exit poll sulla pontellizzazione, al ribasso come i commenti su Fi.it quando non c’è da sputare merda sulla Fiorentina che vince. Mentre il pensiero corre veloce, diciamo ferma il tempo a 19”72 per ricordare un grande atleta italiano che ci ha lasciato proprio ai blocchi di partenza della primavera, una nuova stagione che voglio salutare dai Lungarni di una “mattinata fiorentina” non essendo il Botticelli e non avendo neanche uno straccio di capasanta gigante da dove far nascere la Venere prandelliana strinta nel suo cappottino di neoprene. Botticelli la dipingeva dieci anni prima che Colombo scoprisse l’America, mentre l’affresco sulla pontellizzazione che era stato dipinto nella testa di tifoso buono solo per dire cappella e con la testa a forma di cappella è stato rimosso. La nascita di una nuova stagione Viola ci da lo spunto per ridare una speranza anche ai vedovi inconsolabili, per farli uscire dalla loro Caporetto della passione, il loro mondo non è più custodito a Trespiano, la vita continua, la Fiorentina rinasce come la Venere anche se l’ha dipinta Botticelli invece di Prandelli, poi c’è sempre la Nazionale per ammirare Cesare e gli Uffizzi per chi preferisce il Botticelli. Perché alla fine tutto nasce da lì, il calcio da un Santo e il Rinascimento da una capasanta.

giovedì 21 marzo 2013

Segnali

Sono impreparato. Non ho seguito le vicende di casa Viola, ne cosa avete scritto impegnato com’ero nel girone di ritorno, ma neanche tutto il Bucaresto. Ho letto solo di un fulmine che ha colpito l’aereo dell’Italia, non a caso, e viste le conoscenze di Papa Francesco, Sodano ha raccontato che dall’alto si è voluto mettere i puntini sulla i e i fulmini sull’ala dell’aereo, insomma, per  ribadire una volta di più che Prandelli non può essere considerato in odore di santità se prima non vince almeno il Trofeo Berlusconi. Segnali. Che però vanno saputi anche leggere, altrimenti si rischia di fare come Ghedini che ha scambiato le lacrime di coccodrillo di Berlusconi per una congiuntivite fino a chiedere il legittimo impedimento, invece di vietarne la caccia alla Bocassini che con quelle lacrime ci vorrebbe fare un portafoglio da regalare al marito. Segnali. In Romania, più a nord mi è stato fatto trovare invece il segnale inconfondibile che l’inverno ha messo finalmente la testa sotto, e anche la foto di copertina è inconfondibile, l’equivalente cioè del tirare fuori il carrello in fase di atterraggio, della fine di un viaggio o di una stagione, e visto così da dietro, con l'aiuto di un segnale tanto divino, così forte che alla fine è anche molto meglio del meteo di Giuliacci, quell’inverno che se ne sta andando ha procurato in me il desiderio di tirare fuori qualcos’altro. L’inverno è quasi alle spalle e da dietro l’ho potuto vedere bene, c’è rimasto solo qualche colpo d’ala, la cosiddetta coda dell’inverno, una coda alla quale verrebbe voglia di dargli un colpo. Oppure metterglielo sotto la coda prima che atterrato a Fiumicino qualcuno non la voglia fare alla vaccinara. Il segnale è stato inequivocabile e non portava certo i colori dell’embargo della carriera azzurra di Prandelli, ma quelli ufficiali bianchi della divisa papale. Segnali. Ho scoperto in Romania che i segnali di fumo tanto cari agli Indiani d’America, erano dovuti essenzialmente alla badante di Bucarest di un capo Navajo, una donna che fumava tutto il giorno e che dette il là a quel modo di comunicare, poi sviluppato nella nostra cultura col fare le grigliate. Segnali. Molti dei quali sono stati interpretati in maniera sbagliata, altri come Del Neri hanno sempre bisogno dell’interprete, Delio Rossi ha usato il linguaggio dei segni sul viso di Ljajic, e poi ci sono gli scritti che hanno significati diversi dalle letture che sono state tradizionalmente date dalla nostra cultura. Per esempio il 4-3-3 di Montella non è così rigido come il piede di De Silvestri, ma varia come la pontellizzazione che porta al quarto posto invece che all’inferno. Si ricama, si fa poesia, viene letto oltre a quello che si era voluto realmente scrivere, l’esempio più eclatante è quello di Manzoni che era un grandissimo puttaniere, che dopo l’ultima sua trombata lacustre scrisse “ Quel ramo del lago di Como...”  

mercoledì 20 marzo 2013

Inquinamento interiore

A Bucarest i cavi sono esterni come Cuadrado e Pasqual, ti seguono a tre metri sopra la testa come quelli di Moccia sopra il cielo, di Moccia come lo Zabov.  Un Berbatov più giallo e liquoroso come lui che ti tradisce da quanto fa schifo. Un palo tira l’altro, fasci ammassati che formano campate disordinate delimitando la navata centrale di una città caotica, piena di taxi e gente che attraversa la strada come in una roulette russa.  E anche io ho trovato il mio filo steso, con due bei pali torniti e con sotto una voragine scura come i capelli rumeni scuri tipo quelli di Lacatus, dove sono finito mio malgrado, inciampi dovuti ad una cattiva manutenzione del fondo stradale. E ho raccattato anche i panni. Come chi dopo aver gradito il piatto fa pure la scarpetta, Tod’s naturalmente. Diciamo come la goduria che si prova nel veder raccattare il pallone in fondo alla rete avversaria.  Fuori Bucarest, fatti appena una decina di chilometri il mondo è un continuo declivio verso l’inferno, come quello che sta vivendo il povero Mati Fernandez o Zamparini. Ai lati della strada lo sporco ha preso il sopravvento prima del centrocampo e poi del centro strada. Certo c’è “buca” e Bucarest, dalla culla del Rinascimento a quella scomoda come una brandina da campeggio sgangherata, non è proprio come dormire i sonni disegnati dal Brunelleschi. Oggi rientro, una ripartenza micidiale come quelle di Cuadrado, per ritrovare le geometrie giuste fatte di passaggi nei soliti posti, una manovra riconosciuta e che porta a mettere la palla dentro la Porta San Frediano. La pressione è stata tanta, lo Steaua è una brutta bestia e poi ho sofferto il fumare incontrollato nei locali pubblici, soprattutto nei ristoranti. Non c’ero più abituato, per rendere l’idea del disagio che ho provato è come se improvvisamente a Cagliari ritrovassimo il fumoso Montolivo nel nostro centrocampo. Al posto di quell’aria tersa che oggi si respira nel nostro spogliatoio, un inquinamento interiore che sto smaltendo grazie alla tabella del Dott. Manetti. Soffumi alla rovescia, da dentro a fuori per ripulirsi dal fumo di mille sigarette fumate tra capo e collo da Florin. Fumate dalla Romania intera che ti fuma addosso tutto il giorno. A un certo puno sono corso su Internet pensando che se ne fosse già andato il Batipapa. Poi un sospiro di sollievo, anche se è equivalso a buttare giù un sigaro cubano. Quella che avevo visto non era stata la fumata bianca.

martedì 19 marzo 2013

Lo zio Franco


Oggi scrivo da Bucarest (connessione di fortuna) dopo una ragnatela di passaggi senza fine, di quelli che solitamente portano al fallo di frustrazione. Da Soffiano in macchina fino alla tramvia, poi alla stazione, primo treno fino a Roma Termini e secondo fino a Fiumicino, finalmente aereo e poi ennesimo trasferimento in hotel. Un gioco estenuante fatto di ripartenze in mezzo alle maglie di una difesa con marcatura ad uomo, asfissiante, una serie di controlli di carte e documenti che procurano crampi proprio quando non ci sono più sostituzioni da fare. Insomma, un possesso palla cominciato alle 11:30 e e finito alle 22:30 con il gol della meritata vittoria in trasferta. Un anticipo di Europa League o forse di qualcosa di più. Sicuramente non un volo in gessato blu, ma pregno di neorealismo fermo agli anni 70, singhiozzo fuori controllo come dimostrazione migliore delle buone maniere targate Europa dell’Est, mentre una signora con il mal di testa dopo aver buttato giù un analgesico chiesto al mio vicino di posto ha cominciato a segnarsi ripetutamente la fronte pronunciando una litania incomprensibile, un rituale penso a metà tra l’omeopatia e la medicina tradizionale. E oggi la Fiorentina mi sembra proprio così lontana, mi viene in mente solo Adrian Mutu che dopo Lacatus è stato uno dei pochi rumeni che hanno indossato la maglia Viola, o che hanno frequentato con una qualche dignità il nostro campionato, altri mi ricordo solo Hagi. Di Adrian conservo un gran bel ricordo mescolato anche a qualche delusione per certi suoi atteggiamenti ed errori, un giocatore che comunque ha voluto bene e ha dato tanto alla Fiorentina. Ho cominciato a scrivere in aereo, qualche appunto di viaggio sul mio Moleskine rosso con la penna di quello zio Franco che mi ha fatto un po’ da babbo e che oggi non c’è più. Su quella penna c’è impresso il logo di quella che era la sua impresa edile. Mi ero un po’ dimenticato di lui, e in quelle due ore di volo grazie a quella penna mi sono reso conto di quanto una persona che è stata importante possa essere dimenticata così velocemente, incastrarti come siamo dentro ad ingranaggi che non sono sempre oliati come quelli del nostro centrocampo. Tendiamo a difenderci dai dolori spazzando via l’area il più lontano possibile. E così anche lo zio Franco era finito in fallo laterale.

E chissà come si mangia in Romania.

lunedì 18 marzo 2013

Distrazioni non solo muscolari

Cuadrado mi ha ricordato a tratti la Kawasaki 750 della metà degli anni settanta di Mauro, l’amico più grande della compagnia, come per lunghi tratti il gioco della Fiorentina ha ricordato al campionato di essere quello più bello. Alle accelerazioni del colombiano è mancato il rumore del motore a due tempi della giapponese, mentre per tutti e due i tempi metteva scompiglio tra le maglie della difesa avversaria come Mauro faceva con la sua due ruote incarognita sulle curve del viale dei Colli tanto per impressionarci. E a Genova l’impressione è che qualcuno abbia fatto fatica a prendere sonno pensando alle “sverniciate” di Cuadrado che a differenza della Kawasaki 750 di Mauro però non è altrettanto cattivo, come del resto anche la squadra che dopo il vantaggio si compiace pensando più a guardarsi negli specchietti che  a guardare la strada davanti. E il Genoa ne approfitta infilandosi all’interno di una difesa poggiata sul cavalletto davanti al bar. Delizioso e sempre più decisivo Ljajic che è diventato il giocatore da mostrare con sempre più orgoglio ai vecchi parenti scettici, sempre capace di superare l’uomo tra i paletti, e che si muove sulla linea di fondo regalando spettacolo e gol ad Aquilani con movenze che ricordano anche un po' Cruijff. Adem è in questo momento il giocatore più efficace e divertente della squadra, anche più di Jovetic che comunque sembra aver dato più robustezza al suo gioco assimilando meglio la posizione studiata per lui da Montella. Per il resto la squadra crea moltissimo, i calci d’angolo superano ormai i falli laterali, le palle gol raggiungono i numeri della grande distribuzione, mentre dietro la squadra soffre amnesie difensive come se invece di alzare i livelli di attenzione avesse l’Alzheimer. Una fase difensiva disorientata con Viviano che tra palloni Tele, perdita di memoria e di marcature dei compagni di reparto non fa in tempo a schiacciare il bottone del Telesalvalavita Beghelli che già avevamo dissipato un doppio vantaggio. Siamo belli e pieni di bollicine preziose come quelle dello champagne da centrocampo in su mentre la fase difensiva ha le bollicine di una gazzosa sgassata, se riusciremo a ritrovare attenzione, movimenti giusti e cattiveria dietro come nel girone di andata, potremo realmente far venire più di qualche pensiero a Milan e Napoli. Un grazie alla squadra che ha comunque saputo vincere e un grazie anche agli ex come Frey che ci manda Zorba il greco come suo secondo, al Vargas smagrito anche delle sue caratteristiche migliori e a Cassani che per evitare il disagio dei festeggiamenti tipici del gol dell’ex se lo fa nella propria porta. Buono l’impatto di Mati sulla partita, un giocatore che potrebbe risultare finalmente determinante in questa parte finale della stagione. Mentre Pizarro ha dimostrato di essere il più altruista di centrocampo, e pur non essendo un parente dona il suo cartellino giallo a Borja Valero come se fosse un organo compatibile, tanto per fargli tirare un po’ il fiato, mentre Aquilani è sospettato di sfruttamento della predisposizione di Ljajic a metterlo in condizione di fare gol facili. Sissoko pur non giocando dimostra invece la duttilità di chi è capace di rimanere mistero e uomo nero allo stesso tempo. Per chiudere il campionato alla grande sarà importante quindi che Montella riesca a disciplinare un po’ di più quella difesa che ultimamente è più portata a sbandare davanti alla bellezza di una Fiorentina che le passa là davanti e che alla fine la distrae sempre un po’ troppo.

domenica 17 marzo 2013

Curvy

La novità dovrebbe essere il rientro di Aquilani con Montella che ha comunque a disposizione il frigorifero pieno, una certa abbondanza che si ritrova anche nelle parole piene di collera e colesterolo di Conte verso Firenze, una sorta di “chiacchere e distintivo” della cucina d’oltreoceano, un’abbondanza che in settimana abbiamo riscontrato anche in quelle cariche di affetto e affettato di Prandelli, che ci ha ricordato per l’ennesima volta che lui si è risentito solo quando invece del prosciutto gli volevano rivogare la mortadella.  E tra chi come il bulimico Conte fa incetta di volgare pancetta a dadini invece di usare il guanciale sul quale dovrebbe dormire sonni più tranquilli dopo una vittoria invece di fare sempre la fortuna di Crozza, e Prandelli che prima di pane e mortadella ha preferito andare a comprarsi qualcosa di più a strisce in bottega da Bettega, speriamo che Montella, il nostro unico nutrizionista, un Ciro Vestita di fiducia vestito di Viola, sia riuscito a portare la squadra di fronte a questa partita con il giusto regime alimentare fatto di atteggiamenti sani, davanti al pericolo dei bagordi post trionfo romano. Del resto affrontiamo una squadra scorbutica, spigolosa, fisica, che oltretutto ha tanta fame di fronte  alla classifica scarna e alla dieta di Vargas e Frey, non ci possiamo certo permettere di farci trovare ancora con una porchetta di Ariccia sotto braccio, e soprattuto prima che Conte s’incazzi ancora di più gridando il suo sdegno e la sua voglia di abbandonare il paese grazie al suo cavallo di battaglia da karaoke quando va nei villaggi Valtur e con voce finita nelle barbe affronta il ritornello “la donna ariccia non la voglio no”. Se da una parte l’eccesso è sempre da scongiurare, in tutti i tipi di comportamenti, alimentari e morali, da stigmatizzare quanto un regime alimentare o morale privo della sufficenza necessaria al sostentamento, insomma, dalla bulimia di Conte all’anoressia di Fassino, disordini alimentari che rispecchiano un disagio spesso dovuto al desiderio di andare incontro a un modello di bellezza che la società ci costringe a seguire, o dovuto alla frustrazione di non riuscire a raggiungerlo. La Fiorentina  per fortuna non è una società come la Juve o un partito dove è transitato persino “il mortadella” che ha costretto a suo tempo Prandelli a disertare il seggio e il girone di ritorno del suo ultimo campionato in Viola. Il tema dell’equilibrio, quello di un regime alimentare sano è un tema comunque serio, siamo contenti che il Genoa abbia recuperato i nostri ex come del resto siamo contenti che in Svezia abbiano cominciato ad adottare anche manichini che raccontano di una donna che non è solo quella delle passerelle, come Roncaglia del resto non è Passarella. Se la nonna dei Della Valle diceva “male non fare paura non avere”, la mia ricordo che invece diceva “il troppo è come il poco”, e allora si alla donna curvy e se proprio vogliamo eccedere facciamolo con la passione Viola direttamente dal curvyno.

sabato 16 marzo 2013

Correzione doverosa


Devo tornare brevemente sull’editoriale di ieri perchè la Bice ha ricevuto la telefonata risentita della Cristina intervenuta per fare una precisazione sul significato dell’opera di Montolivo, chiedendo esplicitamente che oggi venisse menzionata ad integrazione del pezzo di ieri. La De Pin sostiene che è vero tutto ciò che è stato scritto, ma che manca però la parte più legata alla loro sfera sessuale, perché in quell’opera l’artista ex giocatore ha affrontato soprattutto il tema della fedeltà, Cristina ci ha spiegato di aver convinto Riccardo che non può essere un problema per la loro relazione se lei fa sesso anche con altre persone, ed è stata sostanzialmente una frase utilizzata da lei per giustificare dell’attività sessuale fuori dalla coppia, emersa in grande quantità un po' come l'evasione fiscale in Italia che però ha dato ispirazione a Montolivo, e la frase che ha scatenato il suo talento è stata “ dai Riccardo non si sciupa mica, non è che ci rimane l’ìimpronta come sullo stracchino”. Johnny Stracchino ha quindi più significati, un intervento quello della Cristina un po’ saccentello che mi ha suggerito il tema di oggi del secchione, uno di quelli che più mi affascina da sempre, una figura che almeno io ho vissuto con contraddizione, certe le ho amate e ci siamo compensati diventando irresistibili, altre erano invece figure distanti con le quali non interagivo, distanti come la fine del mondo dalla quale è arrivato Francesco, quel Papa che per qualcuno a Roma rimane comunque sempre e solo Totti. Il secchione è stata una figura da toccare come un essere di un altro pianeta, poi una volta entrato in contatto con la sua diversità, da dissacrare in segno di affetto non avendo io altri strumenti intellettivi d’interazione. Un secchione buono che vuole bene ad una fava buona come me che gli vuole bene a sua volta mettendo nel rapporto di amicizia caratteristiche sostanzialmente contrarie formano una coppia d’attacco come Puici e Graziani, fanno gruppo, fanno spogliatoio come Lupatelli e Toni.  Poi ci sono gli allenatori inadatti come a Firenze lo è stato soprattutto  Delio Rossi, così come certi professori che si succedevano negli anni dell’Istituto d’Arte di Porta Romana, quelli che a loro volta erano stati secchioni non interattivi, e che vivevano la vita in cattività come la loro professione in una scuola fuori controllo come era quella dove non ero capitato certo per caso. Mi ricordo di un professore imbizzarrito arrivato fresco dallo scentifico, da noi che l’ora di matematica veniva utilizzata per fare manutenzione alle matite prima di andare a disegno dal vero, una sorta di officina dove la matematica faceva da sottofondo fastidioso al resto, si chiamava De Vellis e sembrava l’omino della Bialetti con l’aggravante che nessuno lo aveva avvertito che non era più allo Scentifico, fino a quando non mi presi la briga di segnalarglielo scrivendo sul muro davanti all’aula “De Vellis baffi ribellis”. E lui capì subito, da matematico in cattività qual’era fece uno più uno quando entrando in aula a testa bassa disse “Giannotti vada a cancellare quella scritta sul muro”. La foto è solo un esempio applicato al campo estetico più che a quello di gioco o di scuola, però anche se una variante, comunque esplicativo per evidenziare il valico, o passo, e quindi quanto sia breve il passo tra il secchione antipatico e quello simpatico, diciamo pure una variante di valico, e riferito al pianeta donna tra quelle che acquistano fascino e quelle che invece lo perdono. Poi ci sono quelle che acquistano e basta, in grande quantità e con stile compulsivo per la gioia dei mariti che devono mettergli a disposizione budget importanti che ci si potrebbe riempire un secchione. Lo spunto di oggi vuole mettere l’accento su quei giocatori che di più incarnano questa figura, che non è come quella della donna più in carne, ma come quella della più integerrima. E se per la donna mi viene in mente la Pivetti, il più secchione della serie A me sembra senza ombra di dubbio o di pergolato che possa essere Javier Zanetti, uno che non manca a una lezione dal primo giorno di asilo, uno che va sempre volontario e che è talmente avanti con il programma che sta giocando le partite valide per il campionato 2015-2016. Nella Fiorentina metterei invece Pasqual, poi ci sarebbe da stabilire l’altro tipo di seccchione, quello da scansare come un interrogazione fuori controllo del professor De Vellis, e per me nel campionato italiano non ci sono dubbi. Montolivo. Un vero pezzo di Nerd.

venerdì 15 marzo 2013

Non mi somiglia per niente

Le cose visibili possono essere anche invisibili, un concetto più  facile da comprendere se prendiamo ad esempio il pallone di Fiorentina - Inter e quello di Lazio - Fiorentina, un oggetto reale, tondo come la banca di Ennio Doris costruita intorno a te, che però le due squadre che ci hanno affrontato non hanno praticamente mai visto. Nel quadro di Magritte è molto chiaro questo concetto, e se qualcuno va a cavallo in un bosco, prima lo si vede, poi no, ma si sa che c’è. L’esperienza durissima di Montolivo che al Camp Nou c’era ma che nessuno ha visto, lo ha portato oggi ad una crisi d’identità profonda, e come dicevamo ieri, prima lo aveva portato a pensare addirittura di prendere i voti, poi aiutato dalla Cristina, anche se orgogliosa in quanto cristiana, Riccardo ha scoperto la sua vena artistica, grazie proprio alla pittura di Magritte. E’ partito dal titolo dell’opera che lo ha letteralmente folgorato, la “firma in bianco”, lui che nella sua inconsapevolezza d’artista del pallone aveva invece rifiutato di firmare il rinnovo con la Fiorentina per andare nelle braccia di Galliani, e mentre la cavallerizza di Magritte nasconde gli alberi e gli alberi la nascondono a loro volta, lui nascondeva la sua volontà di andarsene da Firenze traccheggiando tra il firmo e non firmo, tra il lusco e il brusco, che sono stati praticamente il suo bosco interiore. Oggi, dopo che Barcellona è stata la sua via di Grugliasco, folgorato prima da una caterva di gol e poi illuminato, è uscito dal bosco di certi mancati rinnovi per cercare di superare questa sua crisi mistica facilitata da Messi e compagni, e così si allinea ai concetti dell’opera di Magritte che ci vuole dire come tuttavia il nostro pensiero comprende tutti e due, la cavallerizza nasconde gli alberi e gli alberi la nascondono a loro volta, il visibile e l’invisibile. E se l’artista ha utilizzato la pittura per rendere visibile quindi anche il pensiero, Montolivo ha voluto creare la sua opera scegliendo la fotografia, utilizzando cioè un linguaggio ancora più moderno per mostrare il suo di pensiero. Una confessione amara per un comportamento che oggi non riesce più a sopportare, una denuncia per sensibilizzare i giovani calciatori che fanno melina per far scadere i loro contratti danneggiando le società che su loro avevano investito, e tradendo la fiducia dei tifosi che su loro invece avevano investito dei sentimenti. L’opera fotografica fa intanto subito un riferimento chiaro a Johnny Stecchino per collocare il significato della stessa dentro alla vicenda fiorentina, Montolivo richiama Benigni per suggerire la location, per spiegare allo spettatore che vuole parlare della vicenda del mancato rinnovo. Questo è quello che si vede, Johnny Stecchino e la sua Maria, lascivi, dentro a una situazione peccaminosa, ma lo scopo dell’artista Montolivo è di fotografare il suo pensiero, di confessare quello che non si vede, che è un qualcosa di molle come il suo rendimento a Barcellona, ma soprattutto molle come la sua moralità. Da qui il titolo dell’opera “Johnny Stracchino”.

giovedì 14 marzo 2013

Cosa faccio se ho ho solo quell'affaccio

Mi è piaciuto molto il rinnovo a Lupatelli, un gesto che certifica la qualità della Società e che dà anche una certa sicurezza sul grado di attenzione dimostrato da chi deve costruire una grande squadra, sicurezza o 626 che è importante almeno quanto il 343 di Montella, visti tutti gli infortuni sul lavoro, ultima in ordine di tempo la rovinosa caduta del Milan a Barcellona. Anche se però questo rinnovo contrattuale della ballerina di terza fila evidenzia fragilità emotive importanti, una sensibilità certo troppo meno ruvida e quindi meno apprezzabile da chi aveva sponsorizzato un attaccamento di tipo più zampariniano, o da chi invece del fair play ha sempre preferito la disponibilità meno titubante a riempire di soldi certe valigette per farne dei giochi preziosi come quello della corruzione. Si è voluto evidentemente previlegiare anche l’aspetto umano per conservare certi equilibri di spogliatoio, e lo si è fatto dandone il giusto risalto, oggi che all’interno del nuovo centro sportivo nato in pieno ridimensionamento non ci sono più asticelle di traverso ad impedire di fare gruppo. Si dice che Borja Valero non sopporti di veder giocare Montolivo al Camp Nou perché ha un cugino milanista che dopo martedì non sta più bene, mentre il Barcellona ha chiamato direttamente Macia per capire se c’è qualcun’altro che vuole alzare l’asticella, perché loro sarebbero parecchio contenti. Una certa stampa asservita aveva trasformato il catenaccio del Milan all’andata per un’impresa, la stessa stampa che elargisce voti alti al campionato di Montolivo come se fossero certificati medici di congiuntivite. E mentre la Fiorentina per Montolivo era diventato un legittimo impedimento, per i tifosi del Milan adesso la speranza è che il ragazzo abbia dentro di se anche l’ambizione di misurarsi nel campionato argentino e magari voglia andarsene al Bocassini Juniors. C’è chi giura di averlo sentito dire di non sopportare di vedere Gattuso giocare nel Sion, e chi non l’ha sentito con le sue orecchie è lì che ci spera con tutta la speranza. C’è piaciuta l’enfasi che si è voluto dare al rinnovo del terzo portiere, c’è piaciuto il fatto che la società sia stata presente con Pradè e Macia, e con loro anche il capitano, perché dimostra così di essersi  finalmente depurata, e visto che in città ci sono diversi ponti, e che i ponti sono strutturali a un certo andirivieni anche convulso di qua e Diladdarno, non vorremmo più che le acque chete ce li rovinino. Evviva quindi il rinnovo di chi mette a disposizione del gruppo il suo attaccamento, un uomo dalle basette e dai principi importanti, un uomo Vinavil che è molto meno vil di chi non val la nostra maglia, un uomo che fa da collante anche se noi continuiamo a preferire che lo indossi la donna, anzi che se lo sfili come faceva Sophia Loren davanti a Mastroianni. La Bice trafelata intanto mi scombina la scaletta e il finale dell’editoriale, arrivando con un’intervista verità dove una Cristina De Pin disperata racconta che ieri sera Riccardo le ha confessato di non sopportare il fatto di vedere Papa Francesco affacciarsi da quel balcone mentre lui l’affaccio ce l’ha sui Navigli. Annunciandole il digiuno sessuale e la volontà di prendere i voti che non siano quelli taroccati della Gazzetta dello Sport.

mercoledì 13 marzo 2013

Vegetables

Questa volta per tornare sulla vittoria di Roma  lo stratagemma è vegetale e quale a chi pur senza Pinzi fa il pinzimonio intingendo la memoria dentro a una vittoria ricca e carnosa come le falde dei peperoni, frutto dell’hobby di paperoni marchigiani, e quindi alla fine non Tod’s viene per nuocere, anche se l’hobby non è della stessa Marca Trevigiana del radicchio, ma piuttosto Hogan che è quasi quasi come una dieta Vegan. Quasi una lobby possiamo dire, quella di chi fa diventare oro tutto quel che tocca e allora si è messo anche a fare l’orto, e dagli Orti Oricellari coltiva per la Fiorentina un futuro fiorito come le lenticchie di Colfiorito, e allora che lenticchie d’ingrandimento siano su una partita zuppa di emozioni, come una zuppa di cipolle abbondante come fossero due porzioni. Un zuppa che piace tanto anche a Berlusconi e meno alla Bocassini, perché al Cavaliere la preparazione fa lacrimare gli occhi, e Ghedini che è il vero chef del foro la trasforma in congiuntivite sopra un letto di foglie di vite, restituendoci così il vero sapore dell’Imu e del tofu che sono specialità sarde. Una partita che ha evidenziato la freschezza del gioco e del taglio di certe aperture, che a differenza dell’aglio, Pizarro usa come fosse in camicia, con una tale perizia da allontanare qualsiasi sospetto che sia nato con la camicia. Pizarro che è fin troppo facile accomunare al farro per poi fargli un monumento realizzato col frumento, Pizarro anche come porro, un ortaggio però che come assonanza di famiglia ricorda più Baggio e di specie più Zorro. La partita rimane una pietra miliare tra i germogli di una grande squadra e quelli di soia, una vittoria che profuma come il pane cotto su pietra, una mano santa sulla classifica e una sulla coscienza, una partita lievitata come una statua di Botero che tra l’altro vive a Pietrasanta. E una mano lava l’altra e poi si sa che la verdura va lavata bene, meglio se a chilometri zero come i gol e i punti della Lazio mentre noi raccoglievamo i frutti dell’arto inferiore di Jovetic e non quelli dell’orto che si sa “vole l’omo morto”. Squadra che riempie gli occhi e tutte le zone del campo, come melanzone raccolte fresche nel campo, mentre le velleità laziali si sedano solo con il sedano. Adesso battuto Lotito con un battuto fatto con un trito dei tre punti cardine del soffritto, che sono sedano, carota e cipolla, è arrivata l’ora del pesto alla genovese dove alla base c’è il basilico, ma ci sono anche tutta una serie di varianti regionali come quello alla trapanese che non è una ricetta della Black & Decker ma un aggiunta di mandorle e pomodori freschi dopo che i marinai genovesi fecero conoscere il pesto ai siciliani. E proprio il Palermo è oggi il prodotto più pesto a prescindere dal Matteo Messina Denaro investito sulla squadra da Zamparini che forse sconta un cognome che è uno strano bland tra lo zampone e il cotechino che fa molto Di Natale ma poco Sicilia. Son cavoli neri per chi aveva puntato tutto su Tutunci, idee forse da teste di rapa ma comunque sempre legittime, un laboratorio di idee stravaganti dove si invita a mettersi a cecce chi capisce di mettersi a legume, gente che non a caso ama le zucchine e che pende dalla bocca di Franco Zuccalà, gente che vorrebbe Halloween come nuovo centravanti. E poi Montolivo che a Barcellona ci sta proprio come il cavolo a merenda e che rischia di mandarmi fuori tema prendendo quattro pere che sono frutta e non verdura. Manca solo la centrifuga verso il terzo posto per mantenere intatte tutte le speranze e le proprietà della verdura, apprezzo, ma per non andare contro alla tradizione fiorentina a cui sono legato e non legume, e cercando comunque di mantenere i principi sani di una certa alimentazione oggi mi faccio un bel panino con il lampredorto.

martedì 12 marzo 2013

Animals

Ritorno ad abbeverarmi a quella vittoria come certi animali costretti a fare chilometri alla ricerca della solita acqua, e la mia dopo i chilometri percorsi per arrivare nell’acquitrino ha ancora intatto tutto  il sapore del nubifragio capitolino, che non è proprio uguale a quello della rosetta con dentro la porchetta, comunque quello dove sono naufragati i maiali travestiti da aquile. Quella limpida di una vittoria limpida, trasparente, una pioggia grossa come la caccia grossa al risultato, robusta come una vittoria robusta, come se volesse scaricare direttamente delle pozze invece di crearle, per farci diventare pazzi di felicità. Fradici marci di felicità invece che di ridimensionamento. Qualche bella fotografia sparsa sul tavolo della memoria di una partita bestiale. Con Borja che sale sull’arca e salva il calcio dal diluvio universale di Zamparini che intanto, disperato, richiama Sannino mentre non gli è imasto che ingaggiare Bersani per farlo sedere sulla panchina delle squadre avversarie. Uno stormo di ricordi, i miei, che viaggiano insieme a compagni di passione, che migrano come i fagioli di contorno dentro al piatto insieme ad una magnifica “fiorentina, sana e senza infiammazione. Dove ci si ritrova intorno alla felicità del risultato spolpandolo fino all’osso. Mentre l’antidellavallismo se ne via di pedina come un fagiano tra la vigna, e se ne va via anche dai siti della Fiorentina. Forse per la vergogna. Immagini di una serata che potrebbero essere tratte da quelle bellissime del National Geographic, con le quali abbiamo marcato il territorio che spetta solo alle grandi squadre, orinando sulle ambizioni laziali, imponendoci alla geografia del calcio non solo nazionale. Siamo suino nazionale ma anche Jamon iberico Pata Negra che non è razzismo ma fair play tra il Serrano e il Bellota. E così siamo saliti sul treno per l’Europa, una sorta di treno per Yuma con in più solo qualche piuma, con l’agilità del puma che a Roma procura tanta rabbia che poi fa schiuma, mentre i contestatori sono detenuti in cattività e rinchiusi insieme ai loro cattivi pensieri pieni di orpelli e striscioni di contestazione attaccati ai cancelli. E nel ristagno di una Lazio frustrata e senza più ritegno si è vista l’eleganza del cigno durante il possesso palla, il cinismo di chi predatore colpisce senza lasciare speranze, una squadra questa volta con i tratti della concretezza tipica di chi deve uccidere per sopravvivenza, ma con il movimento vanitoso di chi fa la ruota per compiacersi. Una partita bestiale con il Lider Maximo Borjia Valero che per qualcuno è stato un’apparizione, come vedere la Madonna, mentre per la Lazio, Madonna non è nemmeno quella di “Cercasi Susan disperatamente” ma quella di cercasi il pallone disperatamente ad oltre trentasei ore dall’evento. C’è chi costruisce i castelli in aria e chi come i castori si accontenta delle dighe, poi c’è Jovetic e Ljajic che le dighe le fanno saltare, e non come certi canguri stanchi, le fanno saltare come birilli, mentre alla Menarini  vorrebbero sapere come fa Bersani a smacchiare i giaguari, se cioè usa la vivisezione o se lo fa solo per uccidere la passione in ogni sezione. E poi c’è chi alle primarie Viola aveva votato Tutunci, e  come dice Elio “unci, dunci, trinci”, evidentemente dei veri Leonardo da Vinci. Un post animale questo, istintivo, che puzza di selvaggina, quella di una vittoria di frodo, nella riserva chiusa di un Lotito impietrito, inebetito, che usa l’Acqua Belva dopo essersi rasato. Mentre si aprono spiragli e sguardi felini, per fortuna non felsinei, spiragli lontani da certi ragli. Mentre Ranocchia non si trasforma mai in un principe per affogare prima dentro a una finta di Gilardino e poi dentro a una goccia di Acqua di Gio.

lunedì 11 marzo 2013

Undici leoni di cui molti senza criniera

Undici leoni anche se molti senza più criniera dopo che Llama e Sissoko hanno partecipato al banchetto della partita perfetta sbranando gli spazi e la Lazio prima irretita e poi dominata dal capobranco Borja Valero. Una Lazio alla quale è rimasto il fallo di frustrazione come addio alle speranze, per cercare di scuotersi da quella Savana che la Fiorentina gli aveva disegnato intorno. E poi le piogge torrenziali della coppia Joevitic-Ljajic gli hanno definitivamente allagato le ambizioni, e con Viviano che finalmente pesa sulla partita e non solo sulla bilancia, cancellato il tentativo di divincolarsi dal morso di una superiorità del branco Viola. Perché la Fiorentina di ieri sera ci è sembrata una squadra sontuosa, capace di trasformare la giornata di campionato in un doppio sorpasso, che poi coincide anche con il crollo delle azioni di De Laurentis, uno di quei tre presidenti insieme a Zamparini e Preziosi, che il doppio concentrato di competenza uscito da certi cervelli del tifo Viola, strizzati come tubetti, ci suggeriva ad esempio rinfacciando alla proprietà ridimensionamenti come sputare in terra, prima di caricare le parrucche e i nasi da pagliaccio nel bagagliaio della propria esperienza, un curriculum di figure di merda in formato europeo, e prima di andare a contestare a Moena. Perché la Fiorentina oggi, invece, a differenza da chi predicava la discesa in campo di un Tutunci senza nemmeno la congiuntivite, è una delle squadre che ha la proprietà più solida insieme a prospettive tra le più interessanti, alcune delle quali già svelate con l’arrivo di Pepito Rossi. Mentre Montella sembra  indovinarle proprio tutte mostrando che la squadra è cresciuta, che ha imparato dalle sconfitte e che oggi ha temperamento e atteggiamento da grande squadra, rimangono trenta punti a disposizione per alimentare le ambizioni e ruggire al futuro, sperando di non spenderli come i trenta denari di Giuda tradendo le aspettative di questa ultima parte finale di campionato. La Lazio e la Fiorentina sono sembrate squadre di due livelli diversi, ed essendo quella romana una delle sorprese positive della stagione, questo ci da la misura del grandissimo lavoro che è stato svolto dalla Società e dallo staff tecnico, regalandoci un grande gruppo ambizioso e motivato, che il Re Mida Diego tocca e trasforma in oro tutte le volte che porta il suo lenzuolo di cachemire dentro al ritiro Viola. Solo qualche annotazione per una squadra che dimostrando di essere perfetta  ci toglie lo schiribizzo di addentrarci in suggestioni barocche della partita, con Migliaccio che si merita un più sul registro, Cuadrado sempre di più il secchione della classe che fila via su quella fascia andando avanti persino al programma, al quale manca solo di fare bene la versione di latino per tradurre in gol la lingua antica del calcio. E poi là davanti la strana coppia con lo schiaffeggiato da Rossi a sua volta schiaffeggiato dal Cagliari, che sembra essere definitivamente esploso dando ragione al grande lavoro che evidentemente sta facendo su di lui Montella. E poi, e poi Borja Valero e chi l’ha portato, e se Macia, da fargli subito se non proprio una statua da mettere accanto a quella di Batistuta, almeno un intaglio sulla corteccia del tronco del nostro albero maestro, grazie al quale oggi veleggiamo verso il miglior gioco a livello europeo, diventando di fatto la seconda squadra più amata e trasversale a tante tifoserie che ormai ci seguono con simpatia. Perché oggi la Fiorentina è praticamente diventata l’amante d’Europa, e poi dopo l’orgasmo di ieri lascio l’analisi della partita alla scienza.

domenica 10 marzo 2013

La pioggia sotto la loggia

Quando piove mi viene sempre in mente D’Annunzio e poi La Versiliana, mi viene in mente “La pioggia nel pineto”, mi viene in mente Romano Battaglia,  che almeno è coerente con la battaglia che ci sarà stasera proprio in territorio romano. Il resto sono invece ricordi, perché la pioggia mi riporta alla mente il babbo, “piove sui nostri volti silvani” perché lui si chiamava proprio Silvano, o meglio, e per dire un’altra particolarità di quella Firenze dei ricordi da bambino, perché in realtà si chiamava Spartaco ma tutti lo chiamavano Silvano. Funzionava così in San Frediano, spesso il nome di una vita non era quello con cui si era stati battezzati. Che non è proprio una bella cosa, o forse è proprio una gran bella cosa, non è bella come un gol annullato, ma è bella se poi vinci lo stesso con un gol regolare, visto che già l’ho conosciuto poco, e oggi mi ritrovo un nome non proprio familiare sulla sua lapide, che me lo fa sentire ancora un po’ più sconosciuto. Non è una considerazione triste, ma il modo un po’ disincantato di vivere anche una situazione triste, e quando piove certa fiorentinità sale su come l’umidità, come il livello dell’Arno, sale come l’attesa quando deve giocare la Fiorentina. D’Annunzio poi in questa poesia usa parole non tanto per il significato quanto per il loro suono, per creare la suggestione di una musica. E in San Frediano funzionava così tra moccoli e nomi cambiati apposta proprio per creare la suggestione di una musica, e voglio pensare che tra le Milene che si chiamavano Liliane, i Gigi che si chiamavano Sergio, un Silvano potesse essere la chiave di una lirica dove l’autore spezza i legami sintattici e crea una sequenza di effetti sonori con le rime, e quindi il trionfo finale con Silvano e San Frediano. Mentre Spartaco sarebbe stato troppo desertico. E pensare che oggi in via del Campuccio magari c’è una Samantah con l’acca, e poi ci si chiede perché non ci siano più i fiorentini, sono scappati perché i nomi non si cambiano più, poi ci sono i varchi elettronici, di cui uno proprio davanti al Torcini all’inizio di via Romana, quando penso che dal Torcini si andava a prendere la spuma da cento dopo aver giocato cinque ore alle Scuderie. E allora se piove, tra le rime baciate “irti/mirti” aggiungerei "divertirti" dopo i gol di Jovetic, anche se non è un nome tipico come potrebbe essere Duccio o Lapo, “accolti/folti” aggiungerei "molti", come dovrebbere essere più di uno i gol che ci faranno divertire stasera, e tra “silvani/mani” avrei dovuto aggiungere Aquilani ma quella fava si è fatta squalificare proprio per farmi saltare la rima, e allora dico che vinciamo a mani basse. E dico anche che quando piove l’arcobaleno basta farselo in casa. E meglio di tutti viene in San Frediano.

sabato 9 marzo 2013

La tradizionale ambizione

Adesso è proprio schiacciata, la Fiorentina è come una schiacciata alla fiorentina, con tanto di giglio in petto e un velo di speranza, oltre allo zucchero a velo. Perché quella con la Lazio sarà una partita che ci vede schiacciati tra la solita dimensione, quella di una squadra dalla tradizionale ambizione a spiccare il volo che si scontra con una realtà dura che spesso invece la respinge. E’ una situazione tradizionale appunto come la schiacciata alla fiorentina che a differenza delle ambizioni calcistiche della squadra lievita in tutti i forni della città nel periodo di carnevale. Io preferisco quella di Giorgio, mentre per la squadra vanno benissimo Andrea e Diego, nel 700 veniva chiamata “stiacciata delle Murate” con riferimento all’allora carcere fiorentino delle Murate. Pare che il dolce fosse riservato come ultimo boccone di vita dolce quando venivano condotti al patibolo in Porta alla Croce oggi  Piazza Beccaria. E mi sembra che a Lazio si possa accomunare la situazione dell’ultimo viaggio verso la dimensione dolce del salto di qualità, la differenza sarà quella di riportare a case salva la pelle, magari con abbondanti tracce di zucchero a velo sul bavero della nostra speranza finalmente soddisfatta. Poi ci sono gli esagitati dell’ottimismo, quelli come me che per intendersi avevano addirittura parlato di scudetto alla fine del girone d’andata, esagitati della cremosità che la schiacciata la preferiscono tagliata a metà e riempita con panna o crema chantilly, e i pessimisti che invece vedono sempre nero e ci vorrebbero la cioccolata, resta il fatto però che l’unico tratto nell’aspetto di tutte è il caratteristico simbolo del giglio fiorentino ricavato spolverizzando del cacao. Ecco, non sploverizziamo via anche questa volta l’occasione per addentare il boccone dolce del salto di qualità, non voglio dire con questo che contro la Lazio dovrà essere la madre di tutte le partite, ma che per la schiacciata alla fiorentina ci voglia il lievito madre quello si. Chi gioca gioca, chi impasta impasta, vittoria come grasso che cola, e strutto come unico grasso per renderla più morbida, naturalmente bassa pur mantenendo la sofficità, che alla fine è come gioire di una grande vittoria pur mantenendo un profilo basso come appunto quello della schiacciata. Anche se giochiamo in trasferta mi viene in mente Toni là davanti, ed è l’unico accenno di formazione che mi sento di fare, diciamo una caratterizzazione che vorrei dare alla partita come l’aromatizzazione con la scorza di arancia grattugiata, per un motivo è chiaro, per una palla vacante in area, per un colpo di testa vincente, insomma per una schiacciata.